Spazio Naturaider...... 

L'Alaska estrema di Eris Zama

Emozioni profonde per un'Uomo irripetibile.

La vita è un'avventura.


17 febbraio 2012 Gambettola ( Cesena)

Si dice "Chi trova un amico trova un tesoro"

Può capitare però che lungo i corridoi della memoria e nel labirinto della vita si perda questo tesoro, questo anello prezioso che unisce. (L’amicizia).

Solo allora ti accorgi quanto valore aveva per te e quanto spazio occupava nel tuo cuore, questo è quanto è successo a Eris e Mauri; si sono persi per un lungo tempo viaggiando in mondi uguali ma paralleli senza però vedersi e incontrarsi anche se vicini. Poi all’improvviso butti lo sguardo li, in quell’angolo del cuore e lo vedi li sotto i nostri occhi, ma eravamo ciechi a non vederlo?

Raccogliamo quell’anello senza valore ma prezioso, un tesoro per noi, gli soffiamo sopra, la polvere vola via e tutti i ricordi e le emozioni di allora ritornano come una vecchia pellicola che gira al contrario, il tempo è passato, ma per noi è il presente.

Questo è quello che è successo ieri sera quando ho sentito la voce di Mauri al telefono, e abbiamo parlato per ore di tutto e di niente con la consapevolezza di aver ritrovato entrambi un amico che in questo mondo Bastardo diventa un valore, un tesoro.

Oggi parto per l’Alaska ripercorrerò a piedi quei 1800 km della IDITAROD che abbiamo pedalato e camminato assieme, ridendo soffrendo ferendoci nel fisico e nella mente, ma forti di essere in due, appoggiandoci all’altro quando uno era in difficoltà.

2012 sarò da solo in quel percorso, ma so dopo questa lunga telefonata che Mauri mi seguirà, mi sosterrà e avvertirò anche se lontano la sua presenza a cui appoggiarmi.

ERIS

 

 


    1800 km di.....   

Infinite distese disabitate ricoperte di foreste, laghi e fiumi ghiacciati per gran parte dell’anno, dove la natura regna ancora incontrastata.
Con un territorio esteso quanto l’Europa, abitata solamente da 2milioni di persone.
Terre che hanno alimentato il sogno di pionieri, avventurieri e cercatori d’oro.
Uno degli ultimi territori ad unirsi agli U.S.A.
Al fascino del grande freddo e delle terre selvagge abitate da bisonti, caribù, alci e lupi, si unisce l’emozionante visione dell’aurora boreale.
Qui si svolge l’Iditasport, 1800 km di neve e ghiaccio, nasce, più di 15 anni fa, come manifestazione di contorno della più famosa gara per cani da slitta, la Iditaroad. (I pionieri e ancora ad oggi gli unici italiani che la portarono a termine in bici furono, Eris Zama e Maurizio Doro nel 2002).
E’ un tracciato che richiama diversi atleti in MTB, ma anche con gli sci, e sta crescendo il numero dei corridori a piedi. La gara è da farsi in tappa unica e in autosufficienza e i partecipanti devono
portarsi il materiale da sopravvivenza: sacco piuma pesante, abbigliamento e fornello per cucinare e sciogliere la neve.
Nessun vincolo sulla tabella di marcia, l’unico obbligo è la firma nei 25 chek point distribuiti lungo il percorso, ed in alcuni di questi si trova il materiale e il cibo che ogni concorrente a spedito in precedenza con l'aereo.
Si parte da Knik, poco a nord di Ancorege la città più rappresentativa dell’Alaska.
Si attraversano montagne, boschi, foreste, laghi paludi e fiumi ghiacciati, tundre e nel finale il duello più difficile, il temibile gelido vento del nord che spazza tutto con raffiche che possono raggiungere anche i 120-150 km orari prima di raggiungere il traguardo di Nome.
Il paesaggio è unico, affascinante e insidioso.
Si distingue come la gara più estrema e pericolosa in assoluto, dove la capacità di gestire forze ed emozioni, diventa il requisito principale.
 

 

 

Il motto della gara la dice lunga: i codardi non si mostreranno e i deboli moriranno.
I corridori si devono aspettare l’imprevisto e avere molta attenzione perché si viaggia in un’area
disabitata dove una situazione di sopravvivenza potrebbe presentarsi in qualsiasi momento e i soccorsi non sono sempre immediati.
Alaska, è uno spettacolo mozzafiato.

Eris ha fatto il percorso NORD ed ha raggiunto Nome nel 2002, con la MTB, ci riprova ora a distanza di 10 anni a piedi.

Se riuscisse a passare sotto quell'arco di legno END OF IDITAROD sarebbe il primo atleta in assoluto ad essere riuscito a completare la massima distanza sia in bici che a piedi

 


LA GARA IN ALASKA PARTIRA' IL 26 FEBBRAIO 2012

 http://www.alaskaultrasport.com/alaska_ultra_home_page.html

"Loro sono come pazzi. Continuano ad andare avanti ed andare avanti. Perché fanno questo ? Non lo so. Ma fanno così. Cosa cercano ? Non lo so... ma non faccio più domande. Anch'io vado e vado perché forte è il desiderio di raggiungere."

Jack London


Dalla gara di 1800 km del 2001

vedi report in diretta http://www.mauriziodoro.it/AlaskaNews.htm

22 marzo 2001 "Qualcuno aveva scritto che noi siamo come cani solitari che gironzolano, randagi, mezzi spelacchiati e malconci , ogni tanto si incontrano si annusano si rincorrono e un poco scodinzolano e fanno un po’ di strada assieme mordendosi e leccandosi. Ecco io ho incontrato Eris, un incontro molto importante, abbiamo percorso un piccolo cammino assieme, ci siamo conosciuti ed e’ stato bello. Ciascuno con il proprio muro da abbattere e da difendere nello stesso tempo, ci siamo aiutati, ci siamo cercati, ci siamo sopportati, ci siamo scontrati, ci siamo voluti bene,…ci siamo rispettati.

Abbiamo parlato, a volte tanto per giorni, a volte poco, a volte niente, ma era un silenzio pieno, abbiamo riso, abbiamo pianto, senza vergogna, ci siamo scambiati dei sentimenti. Ed è stato bello.

Non ricordo più quella gran fatica mentre si spingeva la bici (e l’abbiamo spinta per 800 km.. avanti come dei pazzi, con le mani e i polsi sempre più dolenti), non ricordo più il gran vento che si intrufolava in ogni angolo, il gran gelo che si fissava sul sudore, non ricordo più il gran sonno che cercava di prendere il sopravvento e si avanzava barcollando….ricordo questo grande incontro………Grazie Eris"

16 febbraio 2012

" qualche volta questi cani si rincontrano"


Li avevamo lasciati nel 2002, ma nella mente ci erano rimasti i loro racconti e le loro emozioni....

".......1 marzo 2002, sono le 5:45, stiamo spingendo la bicicletta sulla salita che ci fa uscire dal fiume e ci immette nel villaggio di Nikolai. E’ ancora buio ma il paese ha il suo solito fascino, ormai a me consueto.

Uniche spettatrici le case di legno basse, che fanno uscire il fumo dai piccoli camini delle caldaie e le luci arancione che illuminano e si riflettono sulla neve della via principale.

Tutto è ovattato, nessun rumore, solamente lo scricchiolio che fanno le ruote della bicicletta sulla neve e il sibilo del nostro fiato che si stampa sul passamontagna ghiacciato. Fa freddo.

E’ la terza volta che ci arrivo, ma mi piace, scopro ogni volta angoli diversi.

Riconosco la scuola con il piccolo parco e i giochi colorati, altalene e scivoli semicoperti dalla neve.

Sembra strano ma la vita è anche qui in questo villaggio di 125 abitanti, indiani Athabascan.

Unico cordone ombelicale con il mondo esterno, internet, la scuola è il fulcro della comunità è il riferimento principale per tutti, ed i diversi computer mandano e-mail via satellite e insegnano ai bambini le lezioni.

Passiamo alla sinistra del cimitero, ha l’aria molto spettrale e trasandata, con tutte quelle croci in disordine che spuntano dalla neve, superiamo anche la piccola pista d’atterraggio e ci dirigiamo verso la casa di Nik, il capo del villaggio. Un omone gigantesco, è così anche la sua generosità e sensibilità. La sua mole ci dà protezione e sicurezza. E’ un amico.

E’ sveglio e ci aspetta.

Noi arriviamo lentamente, il sonno a volte prende il sopravvento e ci fa barcollare: siamo partiti ieri mattina alle 9 da Rhon, siamo in movimento da ben 21 ore ma quasi non ce ne accorgiamo, siamo qui e l’abbiamo voluto noi con tutta la nostra energia. Abbiamo un obiettivo importante, anche per il nostro animo.

Appoggiamo le bici alla casa e prima di entrare ci scrolliamo la neve di dosso e battiamo gli scarponi sul selciato. Appena apriamo la porta della grande sala, una piacevole ventata di aria calda ci investe.

L’interno è sempre lo stesso, sembra ieri quando l’abbiamo lasciato, gran casino; scarponi e vestiti pesanti ovunque ad asciugare e cibo sulla tavola.

Ho le ciglia ghiacciate e la vista è un po’ offuscata, davanti a me il grande divano morbido di pelle consumata. L’anno scorso ci avevo dormito qualche ora.

Sopra c’è un sacco a pelo che si confonde con il suo colore nero. Dentro, qualcuno ci dorme.

Lentamente si muove e si sveglia per il gran casino che facciamo.

Ho vissuto grandi momenti, di un’intensità unica, in questa gara-avventura incominciata nel 1999, e qualcuno già lo chiama mal d’Alaska.

Di questo immenso paese si è scritto tanto, tantissimo, dai cercatori d’oro agli esploratori, dai pionieri agli scrittori dei giorni nostri, ognuno ha riportato sensazioni, emozioni, gioie e sofferenze, sentimenti, amore, ma credo sia molto difficile spiegare e trasmettere quello che questo grande deserto bianco e le sue genti ti danno, anche se il prezzo è altissimo.

Credo di essere cresciuto un po’, ho assaporato la mia essenza di uomo senza vergognarsi dei suoi pregi e di tutti i suoi difetti. Ho vissuto pienamente la gioia e la felicità, perché ho conosciuto la paura, lo sconforto e la tristezza. Sembra banale, ma ero felice quando arrivavo in un villaggio o mi mettevo nella neve nel sacco a pelo a dormire perché potevo riposare e recuperare. Avevo grande gioia quando arrivavo al Post Office del paese perché trovavo il mio cibo, quello che avevo spedito con i piccoli aerei. Momenti che possono sembrare semplicissimi, ma per me erano importantissimi e lo credo ancora adesso.

E sembra incredibile, quando hai consumato tutte le energie, quando stai male, ti senti uno straccio e ti senti un sacco vuoto, come bastano poche ore e sei pronto a ripartire, quasi non ci credi e ti rimetti in gioco: stai realizzando un grande sogno......."

Maurizio Doro

Un’amica mi ha scritto:

“Per me i sogni sono gemme preziose che nascondiamo in fondo ad una cassaforte chiamata cuore di cui nessuno, tranne noi stessi, ha la combinazione. E non importa quanto essi siano grandi, noi li coltiviamo con lo stesso amore perché segnano la strada maestra della nostra vita".


"........è  finita,  il  portale  di  legno  con  la  scritta:   “ END  OF  IDITAROD ”  in  fondo  alla  via  centrale  di  Nome  in  Alaska  è  oltrepassata  e,  dietro  a  quello,  mi  sono  lasciato  tutti  i  ricordi  e  le  sofferenze  di  questa  gara.

Ora  sono  a  casa,  fra  le  persone  amiche,  ma  il  ricordo  che  mi  assale  dell’avventura   vissuta  è   incredibilmente   strano.

Le  notte  sono  lunghe  ed  insofferenti  con  bruschi  risvegli,  con  l’ansia  di  dovermi  alzare  per  continuare  la  corsa;  poi  mi  accorgo  di  essere  a  casa  e  mi  riaddormento  con  grande  perplessità.

Durante  le  giornate,  anche  se  è  passata  solo  una  settimana  dalla  conclusione  della  corsa,  la  gara  mi  sembra  così  lontana,  sono  insofferente  a  questo  lieve  abbassamento  di  temperatura  classico  dell’arrivo  della  primavera,  e  mi  continua  a  gironzolare  in  testa  una  domanda:  ero  proprio  io  quello  che  ha  vissuto 19  giorni  e   6.30  ore  ad  una  temperatura  che  oscillava  fra   - 10° / - 40°?

Per  esserne  sicuro  vado  sul  sito del  mio  amico  di  avventura, dove  quando  potevamo,  scrivevamo  le  nostre  esperienze  e  provavamo  anche  a  descrivere  le   emozioni  che  stavamo  vivendo.

Così  leggo  il  primo  racconto  della  partenza  e  poi  divoro  tutti  i  brani  che  seguono   come  capitoli  di  un  libro  di  avventura  ma  forse  quel  sito  è  proprio  un  piccolo  libro  di  avventure,  (che  consiglio),  e, mentre  leggo  queste  righe,  le  immagini  di  quei  splendidi  luoghi  e  di  quei  momenti  così  emozionanti  mi  scorrono  negli  occhi   come  se  stessi  guardando  un  film.

Ciò  che  è  incredibile  è  il  fatto  che  non  mi  sto  sostituendo  al  protagonista  di  una  pazza  avventura  ma  il  protagonista  sono  proprio  io!

Sono  io  che  in  MTB  ho  partecipato  alla   famosa   corsa  “IDITAROD”  che  consiste  nel  percorrere  1800  km  in  Alaska,  da  ANCHORAGE  a  NOME,  tutto  in  un  solo  fiato!

Questa  è  considerata  la  terza  gara   più  dura  al  mondo  fatta  con  i  cani  da  slitta  ed  io  l’ ho  conclusa  spingendo  a   piedi   la  mia  MTB  per  300  km   in  mezzo  alla  neve  e  pedalando  per  1500  km  spingendo  sui  pedali  con  fatica  come  se  fossi  sempre  in  salita  diventando  così  io  e  Maurizio  i  primi  italiani  ad  attraversare  l’Alaska  in  bicicletta  nella  mitica  Iditarod!

Quello  che  sto  leggendo  mi  emoziona  molto  perché   so  che   è  stato  scritto  alla  fine  di  lunghe  giornate  di  fatica   e   di  sofferenza,  sono  racconti  scritti  con  ancora  il  sudore  sulla  schiena  ed  il  ghiaccio  tra  i  capelli…

Non  riesco  ancora  a  staccarmi  da  quelle  immagini  e  mi  torna  alla  mente  quando  una  bufera  di  neve  e  vento  ci  ha  costretti,  nella  notte,  a  scavare  una  buca  nella  neve  per  ripararci  dalle  avversità del  tempo  ed  al  mattino  mi  rivedo  girovagare  nella  gola  che  porta  al  passo  di  “Ranny  Pass”  in  cerca  della  pista,  con  la  neve  che   ci   inghiottiva  come  sabbie  mobili  passo  dopo  passo  non  sapendo  dove  andare  perché  non  c’era  più  alcuna  traccia  di  pista  da  poter  seguire  o  eventuali  segnali  in  questo  immenso  imbuto  bianco;  quella  volta  abbiamo  impiegato  27  ore  per  percorrere  29  km!

Ma  quello  che  mi  è  rimasto  più  impresso  nella  mente  sono  i  grandi  silenzi  che  riempivano  la  vastità  dei  paesaggi  e  gli  indimenticabili  tramonti  sul  fiume  Yukon.

Qualche  amico  mi  dice  di  scrivere  un  libro,  forse  ha  ragione;  tante  sono  le  cose  che  provo  e  che  vorrei  dire,  esperienze  e  sensazioni  che  in  un  piccolo  riassunto  non  riesco  ad  esprimere  e  a  concretizzare   perché  tutto  è  talmente  grande  ed  immaginabile,  la  fatica,  la  sofferenza,  la  gente,  il  freddo,  il  sonno,  le  albe,  i  tramonti,  gli  immensi  paesaggi,  i  cani  da  slitta,  insomma  l’Alaska!

Credo  proprio  che  non  riuscirò  mai  a  descriverla  così  come  la  ricordo  realmente  perciò   rimarrà   tutto  dentro  di  me  come  uno  scrigno  di  pietre  preziose    sotto   al  mare  che  nessuno  riuscirà  più  a  trovare.  Per  tutto  questo  dico  solo  grazie  Alaska!......."

Eris Zama


Eris classe 1951 e il suo curriculum

"Sono Eris Zama, una  persona  normalissima  che  ha  avuto,  purtroppo  o  con  piacere, (a  questo  quesito  non  sono  riuscito  ancora  a  dare  una  risposta),  l’attrazione  fatale   di  amare  le  corse  di  lunga  distanza  trovando  in  esse  un  avversario  in  cui  misurare  le  mie  capacità  fisiche  e  soprattutto  mentali  e  cercare,  così,  dentro  di   me  il  mio  limite  di  sopportazione  al  dolore,  alla  sofferenza  ed  alla  esasperazione  fisica. La  conseguenza  di questa  continua  ricerca   è  stata   la    crescita   di   una  grande   forza  interna  che,  inevitabilmente,  mi  ha spinto  ad  aumentare  sempre  di   più   la  fatica  ed   i  km  nelle  competizioni.  

Riassumere  in   poche   righe    le   numerose    esperienze    che   ho  vissuto  sarebbe   difficile,  provo,  con  un  elenco  sommario,  a  riassumere  quella  che  è  la  mia  storia  di  atleta  di  lunghe  distanze.  

Sono  passato  dalle  Maratone  ai  200  km  fino  ad  arrivare  ai  500  km  di  corsa. Ho  preso  parte  a  varie  competizioni  nei  grandi  deserti;  dall’Africa  al  Kenya,  Marocco,  Lybia. Una  volta  conosciuto   il   caldo  ho  partecipato  alla  famosa  Batwater  che  si  svolge  nella  Valle  della  morte  in  America,  220  km   da  percorrere  nella  zona  più  calda  dell’emisfero  con  temperature  che  arrivano  a  +68°  e  nell’asfalto  anche  a  +80°. In  seguito  mi  sono  cimentato   nelle  corse  di  montagna:  150/200  km  dell’Isola  della  Riunion  e  del  Monte  Bianco.  

Il  mio  carnet  continua  con  la  scoperta  del  TRIATHLON ,  così,  dopo  aver  partecipato  alle  prime  competizioni  mi  sono  qualificato  all’IROMAN    delle  Hawai,  (uno  dei  primi  italiani),  poi  sono  passato  al   doppio  iroman  a  Colmar  (8/360/84 km)  fino  ad  arrivare  al  DECAIROMAN  in  Messico  (40/1800/420  km)  concluso  in  10  giorni,  23  ore  e  12  minuti.

Dato   che   nel  Triathlon   si   pedala   per   diversificare   il   movimento  ho  iniziato  anche  a  prendere  parte  a  corse  di  lunghe  distanze  in  bici. Così  dopo  aver  partecipato   al  primo  Giro  Italia  in  tappa  unica,  (1600  km   in  84  ore),  sono  passato  alle  classiche:  Parigi/Brest/Parigi  di  1200  km,  Boston/Montreal/Boston  di  1200  km  in  58  ore,  il  Giro  di  Sicilia  di 1000  km  in  49  ore  inserendo  anche  gare  di  MTB.

in  seguito  ho  pensato  che  dopo  aver  conosciuto  il  grande  caldo   dovevo  provare  anche  l’esperienza  del  grande  freddo  ed  ecco  che  ho  inserito  nelle  mie  esperienze  la  gelida  Alaska. Nel  1999  ho  partecipato  all’  IDITA-EXTREME  di  600  km  ed  ultimamente  alla  IDITA-IMPOSSIBLE  e alla ALASKAULTRASPORT di  1800  km e  penso  di  non  aver  ancora  finito" .                           Eris

DOPO NUMEROSISSIME DANDONNE FINO A 1000 KM ERIS NEL 2008 HA PARTECIPATO ALLA RAAM. GARA IN AMERICA DI 5000 KM NO STOP TERMINANDOLA IN 11 GIORNI E 22 ORE


Dedicato a te Eris,

"non ho alcun dubbio sulla tua possibilità di riuscita.... solamente un danno fisico ti può fermare"

Mauri

      

   

    

     

    

 

   

    

   

   

   

    

    

 

Il film della gara 2002

1a Parte

2a parte

3a parte

4a parte

5a Parte